Giovani e partecipazione sociale…

Continua il percorso YOUTH CONNECT, per i giovani dai 14 ai 24 anni, che Via Pacis offre con cadenza mensile: momenti di crescita, riflessione e comunità, un’opportunità per i ragazzi di esplorare la propria spiritualità, di costruire legami autentici, di confrontarsi in modo aperto e costruttivo, esplorando tematiche che riguardano la loro vita spirituale e sociale.

Sabato 22 marzo 2025, l’incontro si intitolava LET’S TALK ABOUT… (Parliamo di…): i giovani si sono ritrovati al Centro internazionale Via Pacis per parlare del tema “Amore politico cercasi. Giovani e partecipazione”. L’obiettivo di un incontro di questo genere?

Offrire uno spazio di approfondimento e confronto per parlare di argomenti legati all’attualità politica e sociale, in un tempo in cui la frenesia della realtà e la velocità dei mezzi di comunicazione non facilitano la comprensione di ciò che accade intorno a noi.

Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, «La partecipazione è l’impegno volontario e generoso della persona negli scambi sociali. È necessario che tutti, ciascuno secondo il posto che occupa e il ruolo che ricopre, partecipino a promuovere il bene comune. Questo dovere è inerente alla dignità della persona umana» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1913).

Ma cosa è il bene comune? Per l’insegnamento della Chiesa, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione» (Gaudium et Spes, n. 26).

Risulta evidente lo stretto legame che esiste tra persona e comunità, tra impegno individuale e bene comune. Ciò che io faccio, dal momento che sono inserito e definito in una trama di relazioni, concorre allo sviluppo della mia dignità e felicità e – al tempo stesso – al compimento del bene comune. L’orizzonte che si apre di fronte a questo modo di intendere l’impegno civico e politico restituisce l’idea di una partecipazione intesa come vera fioritura dell’umano.

Papa Francesco ci ricorda che

«l’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico» e che questa particolare declinazione della carità non è estranea alla storia della nostra salvezza: «Quando qualcuno riconosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ricordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica» (Laudato si’, n. 231).

Se applichiamo queste idee alla nostra convivenza democratica, è possibile immaginare un’idea feriale di democrazia, che vada oltre il “dí di festa del voto” e che caratterizzi l’impegno quotidiano di ogni persona: nel suo lavoro, nel suo impegno associativo, sindacale, partitico, nel suo animare i rapporti in cui è inserito.

É possibile trovare tracce di questa idea di democrazia anche all’interno della nostra Costituzione: quando l’articolo 1 afferma che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, indica che è il lavoro – inteso come partecipazione alla vita sociale nelle diverse forme previste – lo strumento attraverso cui ciascuno contribuisce alla realizzazione propria e del bene comune.

Troviamo conferma di questa impostazione nel successivo art. 3, comma 2: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Che bella l’idea di una Repubblica, di cui tutti facciamo parte, il cui impegno è quello di assicurare «il pieno sviluppo della persona» e la sua «effettiva partecipazione» alla vita del Pease. La persona al centro, dunque. Tanto nella dottrina sociale della Chiesa, quanto nella nostra Costituzione.

In quest’ottica, l’esercizio dei diritti fondamentali – primo fra tutti il diritto di voto – non è quindi la realizzazione arbitraria di scelte individualistiche, ma l’assunzione collettiva di responsabilità verso un destino comune; la presa di consapevolezza che quando si va a votare si contribuisce alla cura di quel “comune bastimento” (la politica, la Repubblica, l’Italia, l’Europa) che non è proprietà esclusiva di nessuno, ma a bordo del quale tutti insieme attraversiamo il mare della storia (P. Calamandrei). Ecco cosa intende affermare la Costituzione quando sancisce che l’esercizio del diritto di voto è, al tempo stesso, un «dovere civico» (art. 48).

L’invito è quello di provare a vivere il voto come un’occasione di partecipazione consapevole: informarsi, confrontarsi, scegliere. Si contribuisce anche così alla cura quotidiana della nostra democrazia e alla realizzazione del bene comune.

Federico Vivaldelli